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giovedì 5 settembre 2013

Intera


Lei cammina provando a misurare l'ampiezza del passo.
Ha gambe lunghe, da bestia in fuga.
Tiene il pensiero su quell'andare, sulla falcata. Stacco da terra, passo, atterraggio. E ancora.
La luce implacabile di mezzogiorno che apre ogni cosa a metà. Il colpo secco del coltello su una mela rossa. Zac. Spalancata.
L'erba verde, troppo verde, accoglie il suo peso vivo, troppo vivo. Un vestito di colori accesi, sul pavimento di steli carnosi, a dire la fine gloriosa di una lunga estate.
Porta alla bocca con studiata lentezza una prugna scura e sugosa, socchiudendo gli occhi.
Domani.
Domani è qui.

venerdì 5 luglio 2013

Per grazia ricevuta


Nessuno seppe mai da dove fosse arrivata.
La cavalla baia, comparve sulla piazza in un caldo pomeriggio di giugno. Come ogni giorno a quell'ora, il curato dormiva della grossa. Provava, povero diavolo, a raccogliersi in preghiera e contemplazione sulla sedia di abete, ma nonostante la scomodità forzata si abbandonava ad un sonno rumoroso e pesante.
Furono le grida, il tafferuglio, i suoni scomposti della paura, a risvegliarlo da sogni piacevolissimi e un poco lubrici.
Spalancò le imposte sulla strada.
Una cavalla rossa dal crine nero, sporca di fango e sterpi, si muoveva sull'impiantito di sassi, battendo gli zoccoli senza controllo, ora correndo, ora sgroppando, e scuotendo il crine scuro, come impazzita.
I pochi avventori dell'osteria, avevano abbandonato i tavolini sotto il gelso, per ritirarsi all'interno.
Il maniscalco e il fabbro, resi inservibili da un rosso aspro e schietto, osservavano la scena da dietro le finestre aperte.
"E' la bestia del Franco!"
"Ma no, quella è morta l'anno scorso".
"Non sai un cazzo di cavalli, tu".
"Per me, è un demonio".
Spaventati e vagamente eccitati dallo spettacolo, continuavano a colmare i bicchieri. A loro discolpa, c'è da dire che lassù, di novità se ne godevano ben poche. La processione, la festa paesana, l'arrivo dell'avvocato Giusti con l'amante e la servitù, una volta all'anno. Nient'altro.

Il curato, fatti due conti, si disse che era meglio starsene chiusi in casa. Qualcuno all'osteria avrebbe mandato a chiamare il dottore.
E così fu.
Il dottore, un omino macilento e stanco, si occupava poco di cristiani, lassù. Archiviata la profonda conoscenza delle arti mediche, si dedicava a vacche gravide, capi di bestiame da abbattere, a qualche bracco affetto da parassitosi.
Inforcata la bicicletta, arrivò in piazza spronato dalla grida della gente, che sulle soglie si assiepava, per non perdersi il primo atto di quella tragedia tanto ben orchestrata.
La cavalla correva, seminando polvere spessa, poi si femava ansante, gli occhi febbrili, vuoti, le narici aperte. E ancora si issava sulle gambe eleganti da sauro, con versi disperati e dolenti.
Il dottore, all'angolo della piazza, proprio sotto la finestra ora sbarrata del curato, pensò che l'unica soluzione per calmare la folla e non perdere in credibilità, fosse quella di abbatterla.
Un piccolo crocchio guardingo sibilava, premeva, infiammava le parole dell'incerto dottore.
"Sì, un colpo di fucile e la facciamo finita!"
"Bravo, così si fa dottore, così!"
E proprio mentre il Berto, appena uscito dal bosco con un fagiano da tre chili nella bisaccia, veniva adescato da alcune donne deliranti e concitate, Dario, un soldo di cacio di forse quindici chili, attravarsò la piazza a piccoli passi.
Il figlio illeggittimo della maestra Valenti, aveva occhi gialli da sognatore. E il corpo secco della gramigna, che tenacemente si radica alla vita.
Silenzio. Il frinire delle cicale ignare, scandiva il respiro corto degli astanti, gli occhi fissi sulla piccola figura in movimento, ormai al centro della piazza.
La cavalla scartò. Con sguardo obliquo e scuro si voltò, come annusando l'aria.
Dario proseguiva composto, nella sua direzione.
Il sole illuminò la cima del campanile, che battè le tre, quando il bambino dagli occhi gialli si fermò sotto la povera bestia affranta. La piccola mano allungata, le dita aperte. 
Il muso rosso e bagnato dell'animale, si posò lieve su quella carne bianca e sottile, fremendo.

Fu così che la Valenti, commissionò ad un esoso orefice di città un cuore d'argento finemente cesellato, per la grazia ricevuta. E che il curato, nelle sue tediose omelie domenicali, ritrovò nuovo fervore nel citare, senza riserva alcuna, il miracolo di cui lui stesso, era stato testimone.

sabato 6 aprile 2013

Easy


Nobody said it was easy,
No-one ever said it would be so hard.

The Scientist, Coldplay

Lei guarda dal finestrino dell'auto il giallo che taglia, strappa.
Un airone cinerino prende il volo, stupore e luce. Niente reflex, è un peccato.
Ma è l'odore che adesso vorrebbe fermare. L'odore di sale, fumo, polvere. Di gioia rubata.
Sorride amaro, una ladra di emozioni.
E l'airone è già oltre il ponte, a mostrarle la strada.

domenica 24 marzo 2013

Capolinea


C'era nell'aria un'attesa.
Mentre lei, gli occhi appena cerchiati, si spazzolava energicamente i capelli.
E pioveva, raffiche d'aria e d'acqua, a rigare i vetri.
Mentre lui, le dita mobili in fondo alle tasche della giacca in tweed, cercava distratto qualche cent. Cosa doveva mai farsene, di quei piccoli cent? 
Un silenzio, di quelli che sudano, avanzò da una stanza all'altra, sporco di tutte le cose che non si erano detti mai. 
Forse chiamati da quel serpeggiare, entrambi si fermarono. La mano sospesa, la testa inclinata. Lei si affacciò al corridoio, proprio mentre lui si voltava.
Ecco, pensò lui, è la resa dei conti.
E il telefono squillò.

sabato 5 gennaio 2013

Immuni


Prosciutto crudo, profumato, rosso, e pane croccante, che quando lo apri fa cadere grosse briciole dorate.
"Spezza con me questo pane", dice lui pogendoglielo.
E lei allunga la mano, e assieme spezzano il pane. Ridono, portandolo alla bocca.
"Ecco, adesso non ti libererai facilmente di me", aggiunge masticando, allegro.
Il senso, la vita, sembrano addensarsi lì. Sopra i calici di vino sanguigno, e le dita che si sfiorano su una tovaglia di lino grezzo.
Non sanno vedere, fuori, la pioggia incessante, severa. Che bussa, che chiama i loro occhi alla finestra, all'ingombrante quotidiano fatto di domande, risposte, danni, riparazioni. Dolore.
Credono adesso, solo perchè amano, di avere la grazia. E quando usciranno in strada, abbracciati e sorridenti, penseranno di proteggersi da quello scrosciare solo chinando appena la testa e guradandosi di taglio, pieni di felicità.

mercoledì 21 novembre 2012

Les routines


Sono abitudinario. 
Ogni mattina percorro la stessa strada. Attraverso corso Cavour, prendo il giornale e svolto a destra. Bevo il caffè al numero 24 di via D'Azeglio, sempre macchiato e senza schiuma.
Potrei cambiare, le varianti sarebbero infinite. Invece preferisco ripetermi: stessi luoghi, stessi sapori, stesse facce, stessi cani a spasso. Una rassicurante coperta lisa.

Martedì.
Fermo al passaggio pedonale in attesa del verde, ho visto una donna che leggeva, camminando. Una falcata lunga, una gonna gitana.

Giovedì.
Ieri non indossava la gonna da zingara. Però leggeva, tenendo il libro alto. Quando ha attraversato la strada ho visto il titolo: La vita davanti a sè.
Allora durante la pausa me lo sono comperato, magari un titolo così mi aiuta.

Venerdì.
Ho deciso di seguirla. Così tanto per fare. Vorrei vedere dove va, che lavoro fa. Deve aver messo a punto una tecnica per leggere mentre cammina, perché evita persone ed ostacoli, senza mai calare il libro.
Lavora alle poste. Non l'avrei detto.
Un ufficio postale appena fuori dal centro storico, ma piccolo, con due sportelli. Quando varca la soglia la porta scorrevole si apre, e lei ripone il libro nella borsa.

Lunedì.
Dovevo inviare un plico. Così, invece di raggiungere la posta centrale, un isolato dietro l'ufficio, ho camminato. Gli occhi sulle punte delle scarpe, l'oscillare lieve delle braccia.
C'era gente.
Mentre aspettavo in coda la osservavo: il suo modo di muoversi richiama la falcata. Senza fretta, con attenzione, cura. Sorride ad una signora che riconosce, si rivolge ad un bambino, gli chiede qualcosa.
“Buongiorno. Prego”.
“Devo inviare questo”.
E' spettinata. Mi verrebbe da scostarle i capelli dalla fronte. Sotto, scuri e appena cerchiati, gli occhi si muovono sulle cose. Il timbro, una penna, il telefono.
“Mi fa una firma qui?”
“Non ha detto firmetta, vero?”
“Come, scusi?”
“No. Dicevo che si usa il temine firmetta. Lo trovo orribile”.
Ride, mi guarda da sotto, mentre firmo.