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venerdì 4 ottobre 2013

Compere


La donna cammina morbido, come affondasse le piante dei piedi nella sabbia fine.
Oscilla gialla la coda di cavallo.
Entra nella bottega, odore di crauti e baccalà. Si spostano lenti gli occhi asciutti di un commesso vecchio come il tino scuro, colmo di fagioli secchi.
La guarda vago, e prova fastidio. E' sfacciata la giovinezza. Ingiusta.
"Pioverà", le dice, come a ferirla.
"No, il cielo si sta aprendo". E schiude la bocca rossa e mostra denti da torrone alle nocciole.
"Prego", replica lui vinto, piegando appena le ginocchia logore.
"Mezzo chilo di ardore e due etti di imprudenza, grazie".
Dal vetro sporco avanza sulle cose un sole acceso.

martedì 4 giugno 2013

Occhi per guardare

Insomma, c'è questo parco.
Defilato, poco conosciuto.
Una meraviglia.
Dalla sua riapertura a marzo, l'ho attraversato quasi ogni giorno, anche con la pioggia.
Conosco i suoi luoghi e suoi rari, ma abituali frequentatori. Ci si saluta, con un cenno.
La giardiniera invece, che prima delle otto è già all'opera, non guarda nessuno. Lavora celermente, una macchia arancione. Mi chiedo se le piace questo lavoro nel silenzio intatto: richiami dolci, schiudersi di pigne.
Magari lo detesta.
Io invece la invidio un po'.
Una coppia stanca accompagna due figlie adulte a spasso. Entrambe hanno grossi deficit motori, e camminano sottobraccio sussurrando fra loro.
Lo studente spettinato con il portatile. Sceglie la panchina al sole, di fianco al pozzo. Forse ha un amore lontano, una ragazza che fa l'erasmus in Finlandia. O a Madrid.
La bella signora dal passo veloce. Mi sono fatta l'idea che abbia il colesterolo alto. E che una salutare camminata, suggeritale dal medico curante, la faccia stare bene.
Poi ci sono io, che respiro storie. E brezza.

lunedì 22 aprile 2013

Il fuoco


Osservarono il fuoco spegnersi, belli nel riverbero.
Prima di partire lui le carezzò i capelli con lievi gesti di brezza.
"Lavora amore mio, non fermarti mai. Rigoverna, mungi le vacche, pulisci la stalla, raccogli dal torrente i grossi sassi bianchi. Non fermarti amore, e non sentirai freddo".
Lei non parlò. Una lacrima sola, densa di rugiada e sciroppo, scese lenta, da mezzogiorno. Lui ne seguì la rotta, inclinando appena la testa.
"Elemosinerò per te le trame più belle. Ed ognuna passerà sotto i miei denti, come danari d'oro o amalgama. Lustrerò solo le più pure, di umori e sorrisi e dolci sospiri, fino a farle brillare. Tornerò. Riaccenderemo il fuoco".
E dicendolo, le avvolse intorno al collo una sciarpa di lana rossa. Tra le cui pieghe la lacrima, paga, si perse.

domenica 10 febbraio 2013

L' Amore


Nacque così, senza dolore. Tutti a gridare al miracolo.
Ma una cosa così piccola, così minuta e sottile, attraversa la vita, le cose, l'anima della gente, senza fare rumore.
Né provocarlo.
La percorse tutta la madre, dai minuscoli piedi alle giovani piume, sul capo. La percorse tutta come si fa con l'orizzonte.
“Luce”, disse, “questo sarà il suo nome”.
E Luce crebbe. Non conosceva il pianto, la caparbia ostinazione dei bambini, il goffo incedere. Ogni cosa era misurata, ogni gesto sensato.
La madre, di salute cagionevole, ben presto si ammalò e visse i suoi ultimi giorni accarezzando trine nella penombra di lavanda.
Luce osservava la madre leggere e leggeva. Voltava le pagine senza sgualcirle, le sfogliava lieve, in un fruscio di sete.
Osservava la madre sorbire il tè e lo sorbiva. Le labbra rotonde, a suggere ogni aroma, occhi chiusi per vedere con la lingua.
E la madre, donna saggia, seppe morire così come aveva saputo partorire. Luce, inginocchiata muta al cospetto di quel corpo, ne tastò riverente ogni centimetro. La fronte di gesso, le mani di velluto.
“Disperati figlia, disperati”, disse la balia scuotendola. E i capelli le si sciolsero, ricaddero sul viso, si posarono sulle spalle, si allargarono nell'aria, aura e corona.
Non una lacrima. Non un gemito. Non un sospiro.
E la casa cadde nel silenzio, un silenzio di spifferi e ombre.
 
Bussò senza troppa convinzione. Tutto lì attorno parlava di morte, abbandono, addii. Ma lui era stanco.
Già si apprestava a riscendere la china, quando udì distintamente, il rugginoso scorrere di un chiavistello.
Chiedeva asilo.
E asilo fu.
La vecchia, prendendogli il mantello, facendogli strada, servendogli la zuppa, disse solo “non dovete muovervi, rimanete nella vostra stanza”.
E siccome lui non capiva, ripeté e ripeté.
Quella notte, dolenti le braccia, pesanti le palpebre, in bocca il sapore aspro della solitudine, chiamò a sé un sogno. Uno qualsiasi.
Il sogno giunse lieve, con profumo di mela cotogna e volto di donna. Si levò, per accoglierla, ma lei gli posò la mano leggera sul petto, un dito sulle labbra ad intimargli il silenzio.
Disteso l'attese.
Cadde la camicia bianca ai suoi piedi, e lei avvicinò la bocca umida e risoluta ai suoi occhi. Al suo ventre.
Fu solo quando danzava su di lui, la cortina dei lunghi capelli a coprire le sue mani avide sui seni bianchi, che poté udire la voce perfetta, gonfia e molle dire “amore...amore”.

domenica 27 gennaio 2013

Agreste


Lo stanno aspettando, arriverà a momenti, e loro occupano lo spazio. Una poltrona lisa lui, uno sgabello lei. Il fuoco acceso.
C'è quell'odore di casa di campagna. Bella, arredata con gusto. Ma di intemperie e piogge, latrare di cani, tizzoni ardenti, terra rossa.
Anche lui sa di campagna, il maglione marrone fatto ai ferri, quel gesto antico di tirarsi indietro i capelli con la mano. Sorride, e pare quando aveva otto anni, e correva fra gli ulivi, lo spinone a fiutargli i calcagni.
Parla di una donna, un nome di vocali che gli pesa sulle palpebre. Porta i ciocchi, li adagia, li attizza e senza tempo, racconta. Dei sogni, dell'amore che imbroglia, confonde, offende, accarezza.
Lei ascolta, le gambe raccolte. Poi (è curioso, non era sua intenzione) dice a sua volta. 
Parole, lisce e gialle, giungono alle labbra senza sforzo, come fossero sempre state lì. Le guarda incantata librarsi nella stanza.
“Sono molto innamorata”. Solo così.
Lui annuisce, lo aveva capito.
"E' il sogno a dare infinite possibilità", le risponde, e sorride amaro.
La porta si apre, un vento muto che fende sposta i loro pensieri, gli occhi.
Eccolo. Porta il passo sicuro dei giusti. Porta il suo viso inquieto e bello. Porta un pezzo di lei.
“Cosa stavate dicendo?”
“Passavamo il tempo, aspettando te”.

venerdì 25 gennaio 2013

Sera d'agosto

Marta ricorda quella sera d'agosto.

Lui a scrivere. Non aveva mangiato, non l'aveva salutata quando era arrivata. Sordo, cieco, inquieto.

Quando fuori, il profumo dell'erba aveva spento l'afa, Marta era entrata nello studio, silenziosa, per aprire le finestre.

Allora Paolo si era voltato, improvvisamente lucido, nuovamente capace di vedere, sentire.

“Ma sono le nove”, aveva detto, come direbbe un bambino.

“Sì”, aveva risposto lei sorridendo, “mangi qualcosa?”

“Vieni qui”. E Paolo aveva allungato un braccio, lasciandosi cadere pesantemente indietro sulla sedia. Gli occhi rossi, stanchi.

Marta si era avvicinata, gli aveva passato una mano fra i capelli.

Paolo l'aveva tirata a sé, e sollevandole la maglietta le aveva posato baci piccoli e rotondi sotto l'ombelico. Le labbra calde, quel peregrinare scomposto, le parole, che Paolo non sapeva tenere, a portarla altrove, a spingerle in gola i suoni.

“Mi vuoi?”, domandava piano, a palpare il desiderio, a pretendere una nudità del cuore.

Lei rispondeva di sì, la voce confusa, alterata. Ma a Paolo non bastava. Si fermava, la teneva lì.

“Mi vuoi Marta?”
"Ti voglio amore".

Allora lui la raccoglieva con gli occhi, le mani.

Marta ricorda quella sera. 
Dopo, mentre le accarezzava la spalla, il braccio sudato, aveva detto solo: “vieni via con me”.

Lei, aveva tenuto ogni parola. Calandole pian piano, per paura di perderle, romperle.
“Vieni via con me. Ti prego”.

Marta immaginò Firenze. Poi Parigi, Oslo. Balconi fioriti su piazze acciottolate, un cartoccio di pane fresco, le loro scarpe appaiate all'ingresso.

lunedì 14 gennaio 2013

L'incanto


Fu proprio lui a insegnarle l'equilibrio. Che viene dalle braccia, dalla schiena. Ma soprattutto dagli occhi.
“Qui Valerie, devi guardare qui”, e Fernando le sollevava il mento, la invitava a guardarlo dritto, mentre i piedi andavano sul filo, uno via l'altro. Lui a ritroso e lei procedendo, avanzando, le membra tese, le dita arcuate.
No, non le costava fatica guardarlo. Era così bello.
Quando rideva, che tutto pareva addensarsi lì, fra il palato e i denti bianchi.
Quando arrotolava la sigaretta, seduto nell'erba, la schiena poggiata al carrozzone. 
E raccontava, come pensasse.
“Eravamo ad Otwok, durante la festa di San Martino. Una nebbia fitta, l'elefante incatenato barriva, inquieto”.
Una alla volta, dall'ombra, uscivano le piccole figure stinte. 
Il domatore - le sue tigri a ruggire nella notte, il suo arto fantasma ad accarezzare un sogno d'amore -.
La ballerina, a piccoli passi da fata.
Il clown, levando la parrucca gialla, la mano stanca sulla testa lustra.
L'incanto. Un filo di fumo, occhi bistrati. 

domenica 6 gennaio 2013

Il bel fiore


Un giorno -era forse una ricorrenza, un'occasione di festa- qualcuno regalò loro una piccola busta bianca. Senza biglietto, senza dedica. Ma chi poteva averla lasciata lì, in mezzo agli altri doni?

L'aprirono sorridendo, pensando fosse un gioco. Qualcosa da svelare.

In fondo, proprio in fondo all'involto, un granello nero, minuscolo.

“Cosa sarà?” , chiese l'uomo, che pensava fosse lei, quella delle risposte.

“Non saprei”, disse la donna, che quando non sapeva, non improvvisava mai.

Lo mostrarono allora ad un anziano vicino, che curava il suo orto verdeggiante con grande dedizione.

“Secondo me”, disse quello, dopo aver a lungo esaminato il granello, “si tratta di un seme. Mettetelo in terra, così scopriremo se è vero”.

Così l'uomo e la donna comperarono un vaso e della buona terra grassa. Poi, a favore di luna, posarono il semino su un letto scuro, e lo ricoprirono leggermente.

Attesero. Ogni mattina si ritrovavano sul terrazzo e osservavano. Spesso, ancora scalzi e spettinati, con una tazza di caffè tra le mani, imbastivano storie nuove, o ricordavano episodi del passato, così, come mai avevano fatto. Immaginavano, sognavano. Ridevano spesso, appresso a quel vaso silente.

Fu l'uomo a vedere per primo il virgulto verde, tenero, un mattino di quelli, e subito chiamò la donna, con voce rotta, gesti scomposti.

“Svelta, svelta, vieni in fretta, corri”, come se l'oggetto di tanto entusiasmo avesse potuto andarsene così, come era venuto.

Lei guardò, poi premette con l'indice la terra tutt'intorno, e disse solo “eccolo, finalmente”.

L'uomo e la donna innaffiarono. Ogni giorno. Ed ogni giorno il rituale delle storie, dei ricordi, delle parole fresche e mai udite, si ripeteva, come un miracolo.

“Ti ho mai detto che...”, oppure “ho sognato...”, o ancora “sarebbe così bello se...”. Uno parlava, l'altro ascoltava. Uno estraeva, l'altro accoglieva.

E sotto la luce di quel dire, di quel sognare, la piantina crebbe dritta, forte. Uno stelo sicuro, verde brillante, che puntava dritto al cielo.

Ora, anche nel pomeriggio dopo il lavoro tornavano al terrazzo. A volte, si tenevano per mano e tacevano. Altre, raccontavano. E raccontando si stupivano, perché ogni cosa detta, lì al cospetto di quello stelo, si tingeva di attese, allegrie, nostalgie, promesse.

Non tardò. Prese tutto il tempo che gli serviva, ma non tardò. Un bel giorno di ottobre un bocciolo bagnato, che già spandeva un leggero profumo, li ripagò di ogni sguardo, di ogni sospiro.

“Ma è autunno”, disse l'uomo “come farà a sopravvivere?”.

Lei, che non aveva risposte, disse semplicemente: “è appena nato, non sappiamo neppure che colore avrà”.

E si aprì. Con la lentezza dolce delle cose belle.

Si aprì e si schiuse, un petalo dopo l'altro.

Era il più bel fiore mai visto.

Trascorsero ore ed ore sul terrazzo, finendo per passarci qualche notte, abbracciati, stretti nella coperta. Vegliavano.

Cercavano di non sciuparlo, di non toccarlo troppo, ma annusavano voluttuosamente, per trattenere il profumo delicato, che a nessun altro profumo somigliava.

E sempre, sempre le parole. Ma parole inventate per lui, nuove, nate lì. Parole per tenerlo in vita.

Un mattino, dopo una notte inquieta, la donna si levò presto, prima dell'uomo.

E come sempre faceva portò, ancora tiepida di sonno, un saluto al suo bel fiore. Albeggiava.

Se ne accorse subito. Bisognava guardar bene, avvicinarsi molto, spostare gli altri petali. Bisognava conoscerlo il fiore, sapere che era stato di una bellezza fulgida e perfetta, senza segni. Ma era evidente: un petalo stava ingiallendo.

La donna portò una mano al cuore e fece un passo indietro. Provò a fare ordine nei pensieri, ma sentiva solo paura. E strazio.

Allora agì ascoltando il suo dolore. Si disse solo che non voleva, non poteva guardar morire il fiore un poco alla volta.

E raccolte le grosse cesoie, lo recise. Alla base.

Pianse, lacrime spesse e pesanti, che rotolavano giù, bagnando il bel fiore.

Poi raggiunse l'uomo, ancora addormentato. Lo abbracciò lieve, ascoltando i piccoli rumori del sonno, raccogliendo il calore del suo corpo.

“Buongiorno”, disse lui accarezzandola.

“Buongiorno. Voglio raccontarti una storia”.

E raccontò.

lunedì 3 dicembre 2012

Il bagaglio

Un'ora, di orologio. Alla finestra.
A chiedersi guardando il giardino, nel sole freddo, quale fosse il senso.
La tazza di tè fra le mani, le piccole volute ad appannare una superficie nebbiosa, un oblò al contrario. Guardare la luce attraverso il vapore condensato.
No, un senso non c'era. Perchè cercarlo?
Pensò a quello che aveva infilato. Nella cartella rossa, nel bagaglio a mano, nel fagotto in spalla, nella tasca del cappotto.
Briciole. Ma lucenti.
Sassi. Ma di zucchero.
Chiavi. Ma dorate.
Monete. Di luoghi e paesi sconosciuti.
Grazie. Grazie. Lo pronunciò ad alta voce, appena un po' rauca. Ne farò tesoro.
Allora si disse che sì, poteva farcela. Poteva raccogliere ogni cosa, esporla in bell'ordine sul tavolo scuro, e attendere. Che le chiavi spalancassero la porta giusta, che le monete potessero pagare il cocchiere, che un raggio di sole colpisse le briciole illuminandole, che la sua lingua leggera finalmente accarezzasse un dolce sasso.

domenica 18 novembre 2012

Crescere, raccontarsi

In fondo siamo come tutti, entriamo in una discoteca di fighetti, guardiamo le fiche come dei morti di fica, cerchiamo le puttane mentre il mondo va a puttane, e torniamo a casa lobotomizzati dal destino, inevitabile, di fare prima o poi, quel che fanno i tuoi vicini di casa - almeno morissero tutti nel prossimo terremoto che ci raderà al suolo -, perché i tuoi vicini sono il modello di uomo da rispettare, e te invece sei la pianta selvatica da estirpare, il fagiolo delle fiabe che germoglierebbe gigante, ma che viene ridotto a bonsai...

Adolescenze. 
Leggo di altre vite.
Si può scrivere la propria biografia da burocrati: elenchi, nomi, date.
Si può raccontare sè accompagnando il lettore ad annusare, sbirciare, origliare. Sulla soglia.
Si può invece vomitare quello che è stato, con la crudezza e la forza della verità. In cima alla vertigine, rischiando la censura, il rifiuto, la paura che genera l'abisso altrui. Perchè è sempre un po' anche il nostro.
La potenza della vita, che se la vuoi raccontare, non è roba da sfiorare, ma su cui sbattere di faccia.
Adolescenze. 
La mia impervia, grigia, di periferia. Poteva essere rischiosa, ma io sempre al timone, sempre in bilico, stolta e saggia. Anche quando tutto intorno perdeva i contorni, e circolava quello che non doveva circolare, e l'amica si svendeva, e i colori erano troppo forti. 
Quindici anni, un metro e settantacinque di controllo e sensi allerta. Lì ho imparato a tenere le redini ben salde. Ma ho fatto tutto nei tempi sbagliati. Sono cresciuta troppo in fretta.

lunedì 5 novembre 2012

Vedere


Ieri mi sono trovata in mezzo alla gente. E non gente mia, cara. 
Gente qualsiasi.
Una di quelle occasioni in cui le frasi fatte e vuote fioriscono copiose, in cui l'ordinarietà dei gesti, dei piccoli aggiustamenti del corpo, gronda di amarezza e assenze.
Evito di parlare se non serve, evito di muovermi se non è richiesto. Evito la gente, se posso.
Ma quando non mi riesce di evitare devo per forza accomodarmi, adeguare il passo, conformare l'espressione. Altrimenti tutto stride. E diventa insostenibile.
Ieri ci ho provato a confondermi. Non ci sono riuscita.
Cos'è che mi fa cogliere in un volto, in un sorriso, il peso di perdite e sconfitte? E' come guardare e scorgere l'essenza, attraverso un rilevatore interno che non vorrei. Come posso disattivarlo?
Così vedo gli occhi inquieti e febbrili di una donna, sotto una frangia troppo nera e troppo geometrica. Il viso stanco di un uomo, che fascia la tristezza con umorismo a buon mercato. E la mano tremante di un altro, che tenta l'ammutinamento ad una vita fedifraga.
Torno a casa piena di scorie. 
Non so che farmene di questo sguardo spietato e crudo sulle cose. Non l'avevo chiesto in dotazione.

sabato 3 novembre 2012

I segni


I segni.
Ci sono sempre dei segni, a voler ben vedere.
De Giorgi ammalato. E la scelta di non prendere il treno. Il bel tempo previsto, una cantonata.
Ma è facile rilevare i segni a consuntivo. Dar loro un senso.

"Ci devo andare io, non posso fare altrimenti". E lo diceva infilando lo spazzolino nel borsello da viaggio, un paio di pantofole nel sacchetto, spostando il cordless da una mano all'altra.
"Ma sono quasi trecento chilometri".
"Mamma, un paio d'ore ore e sono arrivata".
"Non serve correre".
"Non correrò. Me la prenderò comoda. Dice la tv che sarà una bella giornata".

Invece pioveva. Senza requie. Il tergicristallo rincorreva acqua pesante a secchiate. Mai finita.
Pensò che doveva fermarsi, accostare.
Pensò che le serviva un bagno, già che c'era.
Pensò che poteva scendere rapida, senza ombrello.
Fradicia si riparò sotto la tettoia.

"Ma smetterà?"
Solo così le aveva detto, senza guardarla. Lui tutto raccolto in quel gesto, le braccia incrociate sul petto, il collo esposto mentre guadava in su, e attendeva.
"Lo spero".
Banalità.
Eppure l'aveva vista scendere, portare le mani bianche alla testa, nel tentativo di ripararsi, vano.
Eppure aveva raccolto con gli occhi, quella goccia pesante, che lenta scivolava dalla nuca alla spalla.