martedì 4 dicembre 2012

Ascesso



Si muoveva come raccogliendo ogni volta pezzi di se stessa che non erano destinati a rimanere insieme. Il suo corpo sembrava il risultato di uno sforzo di volontà. 
Mr Gwyn (A. Baricco)

Dal medico, in sala d'aspetto.
Di solito leggo un libro, ma oggi non mi riesce.
"Sa cosa penso?", chiede una signora anziana alla vicina, con cui sta discorrendo di figli, vita, dolori dell'anima.
Questa, la busta gialla dei raggi posata sulle calze spesse, annuisce, in attesa.
"Penso che quando uno sta male, deve concentrarsi su quello. Inutile dire che ci si deve distrarre. Perchè se un ascesso ti duole, non senti altro. Allora provi a prendere un pastiglia, metti il ghiaccio, ma non c'è niente da fare. L'ascesso deve maturare, essere inciso e poi verrà il tempo della guarigione. Ti tieni il tuo male, finchè passa, è tutto lì".
Caspita.

lunedì 3 dicembre 2012

Il bagaglio

Un'ora, di orologio. Alla finestra.
A chiedersi guardando il giardino, nel sole freddo, quale fosse il senso.
La tazza di tè fra le mani, le piccole volute ad appannare una superficie nebbiosa, un oblò al contrario. Guardare la luce attraverso il vapore condensato.
No, un senso non c'era. Perchè cercarlo?
Pensò a quello che aveva infilato. Nella cartella rossa, nel bagaglio a mano, nel fagotto in spalla, nella tasca del cappotto.
Briciole. Ma lucenti.
Sassi. Ma di zucchero.
Chiavi. Ma dorate.
Monete. Di luoghi e paesi sconosciuti.
Grazie. Grazie. Lo pronunciò ad alta voce, appena un po' rauca. Ne farò tesoro.
Allora si disse che sì, poteva farcela. Poteva raccogliere ogni cosa, esporla in bell'ordine sul tavolo scuro, e attendere. Che le chiavi spalancassero la porta giusta, che le monete potessero pagare il cocchiere, che un raggio di sole colpisse le briciole illuminandole, che la sua lingua leggera finalmente accarezzasse un dolce sasso.

sabato 1 dicembre 2012

But give me to a rambling man


Ma datemi a un giramondo
Che si sappia per sempre che ero quel che sono.


È divertente come i primi accordi che ti vengono in mente
Sono le note minori che ti suonano una serenata
Ed è difficile accettarsi come qualcuno che non si desidera
Come qualcuno che non si vuole essere


Oh, datemi a un giramondo
Che si sappia per sempre che ero quel che sono.

Particolari


Ho raggiunto il centro in bici, e ho fatto bene. Freddo (guanti e sciarpa, oggi non potevo evitare), ma l'aria non pesa, scende giù e risale pulita.
Rientrando, dopo l'ottimo cappuccino chiacchierato e proficuo, ho zigzagato attraverso uno sciame di bimbi in uscita da scuola. Genitori in affanno fra zaini e berretti.
Proprio lì, ho intravisto qualcosa di noto. Un po' come nel gioco enigmistico in cui il corvo parlante ti invita a trovare l'oggetto: fra i tanti particolari insignificanti, un elemento spicca.
Eccolo Mario, il figlio del macellaio. Avevo dodici anni, lui almeno venti. Io innamorata persa, lui che beatamente mi ignorava. Io goffa e lunghissima, lui bello, impossibile e scanzonato.
Ebbene, ho visto il Mario che caricava in auto il suo figliolo, ma del Mario c'era rimasto poco. Le spalle appena curve, il volto spento, un'aria vinta. E non è questione di anni, di età. Ma di piglio. Mario oggi aveva il piglio di uno che ha perso qualche battaglia.

La signora che vive in fondo alla via, non esce più. In corsa verso casa  ho visto la sua badante che stendeva i panni in giardino. Ma di quel piccolo, anziano donnino, non v'è traccia.
E dire che fino a qualche anno fa era il terrore di ogni vicino in possesso di buone facoltà mentali. Perchè si appostava, attendeva al varco, per poi, con balzo felino, ghermirti impedendoti ogni azione, replica, difesa.
Mezz'ora di sequestro, non un minuto di meno. 
Allora era tutto un gioco di scarti, evitamenti, fughe.
Ora, quasi ne sento la mancanza.