mercoledì 10 ottobre 2012

American dream


“L'ho visto, l'ho visto, era morto!”
Jim, Claire e Ryan hanno imparato a non dargli troppa importanza. Ben fa così, per un bisogno di tenersi addosso i loro occhi attenti, per il piacere di osservare le lingue rosa molli, nelle bocche spalancate.
Ma questa volta sembra più concitato, senza controllo. La camicia scozzese pencola, vomitata sul fianco dai pantaloni di velluto grigi a coste. I lacci della scarpa da tennis hanno raccolto nel bosco fili d'erba secca, fango, una foglia rossa.
“La solita storia Ben”, dice Claire senza guardarlo, le mani nei guanti gialli a palpare ogni costola di quel piccolo gatto maculato che si è messa in grembo.
“Ma no! Vi dico che è nel bosco, dietro la casa dei forestali. Fresco, appena morto!”
“Sì, allora dorme”. Jim fa una smorfia e sputa lungo, con quella sua aria di uno che sa sempre le cose.
“Ragazzi non sto scherzando, l'ho spinto con il piede, è morto!”. E Ben caccia una voce stridula, che fa alzare gli occhi agli altri.
Ben è cattivo a volte, sa sfottere senza pietà, tirando in ballo madri e sorelle. Dalla sua però ha quella faccia di bronzo, quella capacità di vendere merda per cioccolata, che tutti gli invidiano.
Adesso invece pare più piccolo; due macchie rosse e larghe gli salgono dal collo alle guance pallide, scese.
“Ti sei pisciato addosso?”, dice Ryan sghignazzando.
La madre di Ryan lavora di sera, nel locale con l'insegna rossa. I fratelli di Ben dicono di averla vista adescare i clienti poco vestita, ubriaca, e Ben lo racconta, sfidando i pugni lerci di Ryan, i calci ciechi e furiosi.
“Dai, venite. Dobbiamo vedere chi è. Lo giriamo, sta a faccia sotto”.
Ben spera, vuole portarli nel bosco. Deve condividere questa smania, questo senso di vuoto e pieno. Un morto.
Lui voleva solo spiare suo fratello che si faceva uno spinello con Arlette, li aveva seguiti mentre guadavano il fiume.

Rincorro la gonna rossa di Arlette, non mi sfuggiranno questa volta. Ora taglio per il faggeto, così non rischio che mi vedano. Tanto so dove vanno. Arrivano fino al vecchio ponte, poi si siedono lì, con le gambe che penzolano e fumano.
Passo dietro la vecchia casa bianca dei forestali; qualche volta ho visto la grossa coda della volpe sparire in un buco, sotto le radici della quercia cava. Bastarda di una volpe, più svelta di me.
Scendo la china a piccoli passi rapidi, più sotto c'è un sacco. Un enorme sacco di juta, mezzo pieno, di quelli per la legna. Mi avvicino piano. Un mocassino nero vecchio, rovesciato, una mano bianca.
No. Non è un sacco, è un uomo riverso, i capelli radi, una gamba piegata, l'altra allungata.

“Se è una cazzata Ben, giuro che ti spezzo le ossa”, e Jim si avvia, la mani in fondo alle tasche a frugare briciole e sabbia.
Subito Claire e Ryan si alzano, lo seguono. E' lui il capo, anche se nessuno l'ha mai detto.
Ben corre appena avanti, ha paura. Forse qualcuno ha visto, il sergente è stato avvisato e hanno portato via il cadavere. Nessuno gli crederebbe più.
Claire sta parlando, come fa lei, con la testa e le braccia in movimento.
“L'ho trovato sul tappeto, speravo fosse crepato. Quel coglione, era solo strafatto di birra. Rimane così per delle ore, a terra, la mamma non lo tocca neanche. E quando si sveglia è incazzato e puzza come una fogna”.
Ryan dice qualcosa sul vomito, Claire ride e lo colpisce con un pugno sulla spalla. Finiranno per sposarsi, pensa Jim a volte. Vivranno in una di quelle case gialle con la staccionata e il barbecue, dietro il centro commerciale. Avranno due bambini coi capelli di stoppa che Ryan porterà al campeggio dei padri. Forse.
Ben si volta ogni tanto e li aspetta. Ha quell'andatura da ragazzo sovrappeso, con le ginocchia valghe che sembrano non sorreggerlo. Invece ha fiato da vendere, come battitore è un portento e l'allenatore dei Deer farebbe carte false per averlo.
“E dai, muovetevi!”
“Ben è un morto. Se è morto non si sposta da lì”, grida Jim e si chiede se davvero questa volta potranno raccontarla. A scuola, indugiando sui particolari macabri: la bocca spalancata, gli occhi rovesciati all'indietro, qualche insetto che spunta dal colletto della camicia, una mano chiusa ad artiglio.
Scendono lungo il faggeto, sul tappeto di piccole foglie accartocciate, cadute ormai da un pezzo. E' febbraio, alcune già sono terra molle, altre, trasparenti, si lasciano attraversare dalle formiche e dal sole.
Ben è sparito alla vista, anche gli altri ormai corrono.
“E' ancora qui, è qui, venite!”, la voce è carica, tesa.
Così come aveva detto, è a faccia sotto, dietro la casa bianca.
Claire si ferma, le mani a coprire la bocca, Jim e Ryan raggiungono Ben, più in basso.
“Lo giriamo?”
Claire singhiozza. “No, non voglio vedere, io vado a casa”.
“Claire, smettila! Vieni a darci una mano”. E Jim è già in ginocchio per terra, l'odore di muffa e bagnato gli sale alle narici.
“Aspetta”, dice Ben, improvvisamente cauto, “se poi prendono le impronte e tutte quelle storie lì?”.
“Sei un cagasotto Ben, vaffanculo. Se non ve la sentite sparite, faccio da solo. Via, aria!”.
Ryan si accoscia accanto a Jim. “Secondo me dobbiamo solo stare attenti a non sputare. Sui vestiti non restano le impronte digitali, ma se sputi in giro quando parli è un casino”.
Parte della tempia e l'orecchio dell'uomo sono scoperti. Claire guarda l'orecchio di cera e pensa che sia troppo fragile, sottile.
“Allora, io lo sollevo dalla spalla, tu dal fianco. Ok?”.
Ryan fa sì con la testa, ma non vorrebbe toccare. Alita la sua paura, le mani sono fredde.
Ben e Claire sono immobili, le mani lungo i fianchi.
“Dai, forza”, e Ryan guarda Ben, che sembra scuotersi. Si avvicina, affianca le mani a quelle di Jim, dice solo “pronti”.
Contano fino a tre, lo voltano.

Ci sono momenti che ci raccolgono, che ci condensano, anche a distanza di tempo, tutti interi. Quando li ricordiamo sappiamo di trovare noi stessi, veri pezzo dopo pezzo. Non c'è un attimo di ipocrisia, non un'espressione di convenienza, niente che non ci appartenga.
E quando il tempo toglie i colori alle cose, è questo ciò che resta. Quello che recuperiamo, come un pesce rosso dalla boccia. Forse sonnecchiando in un mattino di sole, o seduti su un terrazzo, il bicchiere tra le mani, un po' di nostalgia negli occhi.

6 commenti:

  1. Ma mi devi far venire l'ansia a puntate? E dopo? Che succede? Aspetta che vado a fare i pop corn, poi mi racconti :)

    L'autunno fa riaffiorare cose lontane. Però se non altro sono cose dai colori caldi.

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  2. Il mio amico Massimiliano, dice che si è stancato di leggere le mie storie, perchè non sa mai come va a finire... :)))

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  3. le storie non finiscono :)

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  4. Scrivi benissimo, si vede che il dio Talento balla con te, ma per favore scrivi almeno un finale, fallo per me.
    Le storie a volte finiscono ma solo per dar spazio ad altre nuove.
    Massimiliano

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  5. Allora ci provo Max. La prossima, la scrivo per te :))))
    Potrei parlare di un naturopata, che.......... ;)

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